STATI UNITI 1974-1978

Sconvolgente. Ho visto il film “Ted Bundy”, regia di M. Bright, con Michael Reilly Burke e sono rimasta scioccata anch’io, nonostante i serial killer siano per me la favoletta della buona notte. Film fatto benissimo, molto realistico, e attori di prim’ordine. Ad un certo punto ho anche avuto quella inquietante sensazione (che ti lascia con un terribile senso di colpa) di capire l’omicida, essere nella sua testa, sapere perché lo faceva, e addirittura a un certo punto sperare che la facesse franca. La stessa inquietante sensazione che provai quando lessi “Il profumo” di P. Suskind, quando il protagonista “ruba” l’essenza della giovinetta che ha appena ucciso e aspetta lì con il corpo fino all’alba, e io ho sperato che ce la facesse a non farsi trovare.

Ma tutti sappiamo com’è andata a finire. Ted Bundy, colui per il quale è stato coniato il termine “serial killer”, fu giustiziato sulla sedia elettrica il 24 gennaio 1989. Ma partiamo dall’inizio.

Theodore Robert Cowell nacque il 24 novembre 1946 dalla ragazza madre Luise Cowell, i genitori della quale, per evitare i commenti dei bacchettoni dell’epoca, dissero che il bambino era figlio loro e la vera madre sua sorella. Con questa convinzione il piccolo Ted visse fino a quando la madre si sposò con Johnnie Culpepper Bundy, che adottò il bambino e gli dette il suo nome. Si potrebbe pensare che Ted da piccolo sia stato maltrattato o almeno trattato diversamente dagli altri figli che sua madre ebbe, ma invece no. Il patrigno fece sempre di tutto per instaurare una relazione padre-figlio con Ted, che invece faceva sempre in modo di evitarlo. Fu un adolescente timido e problematico, sempre preso in giro dai coetanei, sempre isolato. Però era bravo a scuola: arrivò al college a pieni voti e lì finalmente la sua vita sociale iniziò a decollare. Nonostante fosse un gran bel ragazzo, dai modi gentili e affabili, al tempo non si dedicava molto alle ragazze, preferendo “hobbies” come lo sci e la politica, attività che gli permise di conoscere alcuni personaggi che operavano nell’ambito del governo. Per mantenersi svolgeva lavoretti di poco conto e saltuari. 1967, l’incontro che influenzerà tutta la sua vita, quello con una ragazza californiana bella, raffinata e altolocata (di cui non è stato reso pubblico il nome) con cui stabilì un forte legame affettivo. Almeno lui. La ragazza, infatti, non era poi così coinvolta, e nonostante i tentativi di Ted di fare colpo su di lei, lo lasciò dopo essersi laureata nel 1968, in quanto lontano dagli standard del marito ideale per un’appartenente all’alta borghesia.

E qui cominciano i guai. Ted non si risollevò più da questa batosta. La giovane donna era alta, snella, mora, e portava i capelli lunghi con la riga nel mezzo, esattamente come tutte le vittime del serial killer Ted Bundy, il mostro.

Iniziarono i piccoli furti. Ted cominciò a manifestare il suo squilibrio rubando praticamente tutto quello che vedeva, abitudine che gli rimarrà per sempre, almeno fino a quando sarà a piede libero. Intanto il suo carattere cambiò: da timido e introverso divenne dominante e deciso. Dagli studi di legge passò a quelli di psicologia, materia in cui eccelleva, all’università di Washington. Siamo nel 1969, lo stesso anno in cui Ted incontrò un’altra ragazza: Elizabeth Kendall (perlomeno questo è lo pseudonimo con cui lei ha scritto il libro “The phantom prince: my life with Ted Bundy”). Questa sì che s’innamorò, ammaliata dai modi fascinosi e cortesi di quel giovane uomo, che era anche molto affettuoso con sua figlia, una bambina di circa 6-7 anni all’epoca.

1969-1972: la vita di Ted sembrava finalmente in carreggiata. Attivo in politica, sempre brillante negli studi, e anche volontario psicologo in un punto di ascolto telefonico, una specie di “telefono amico”. Addirittura ricevette un encomio dalla polizia di Seattle per aver salvato un bambino che stava annegando in un lago.

1973: durante un viaggio in California per la campagna elettorale Repubblicana, Ted incontrò di nuovo la sua ex, e da quel momento continuò a vederla. Elizabeth era all’oscuro di tutto, così come la ex fiamma. Ma nel 1974, dopo mesi di frequentazione, Ted lasciò improvvisamente la californiana; così, senza nessuna spiegazione. Una specie di vendetta fredda per quello che aveva sofferto lui in passato.

Gennaio 1974, Lynda Ann Healy, una studentessa 21enne della Washington University, scomparve nel nulla durante la notte. La sera prima era stata con delle amiche a cena fuori, poi era rientrata a casa. La sua coinquilina dichiarò di averla sentita rientrare, ma quando aveva sentito la sua sveglia suonare e nessuno spegnerla, contrariamente al solito, era andata nella stanza di Lynda e l’aveva trovata vuota. Letto rifatto (ma non nel solito modo), una federa e il lenzuolo di sopra mancanti, la camicia da notte nel cassetto e una piccola macchia di sangue sul lenzuolo di sotto. La polizia concluse che Lynda era stata rapita, ma a quel tempo il regolamento non era rigido come oggi e non vennero rilevate impronte né raccolte fibre o altre prove.

Le coinquiline della studentessa diciottenne Joni Lenz non si preoccuparono più di tanto quando non la videro la mattina del 4 gennaio 1974, ma nel pomerggio andarono a controllare nella sua stanza e la trovarono ancora viva ma selvaggiamente percossa. La ragazza sopravvisse ma rimase disabile.

Durante la primavera e l’estate dello stesso anno molte altre giovani scomparvero altrettanto misteriosamente. Come già accennato erano tutte bianche, snelle, non sposate, con i capelli scuri lunghi e la divisa nel mezzo. E tutte erano scomparse durante la sera o la notte. Una cosa in comune era che nelle zone dove erano state viste le ragazze prima della loro scomparsa, dei testimoni avevano segnalato la presenza di un “maggiolone” Wolksvagen e un uomo con un braccio ingessato in difficoltà per trasportare libri o pacchi pesanti, che chiedeva aiuto alle ragazze.

Lake Sammamish State Park, Washington, luglio 1974. Due ragazze scompaiono nel nulla dopo essere state avvicinate da un bell’uomo con un braccio ingessato. A Janice Ott Ted chiese aiuto per spostare la sua barca, come una coppia che passava testimonierà, Denise Naslund fu avvicinata mentre andava alla toilette. Entrambe furono ritrovate ad agosto, morte. I loro corpi erano quelli in stato di decomposizione meno avanzato, ma nello stesso luogo, poco distante dal lago, furono ritrovati molti altri resti umani, appartenenti presumibilmente ad altrettante ragazze scomparse.


Janice Ott e Denise Naslund

Ted non rimaneva troppo a lungo nello stesso stato. Ad ottobre fu il turno di Melissa Smith, 17 anni, scomparsa a Midvale, Utah e ritrovata dopo 9 giorni violentata e uccisa. Un’altra ragazza della stessa età, Laura Aime, fece la medesima fine il giorno di Halloween. Il suo corpo fu ritrovato sulle montagne Wasatch, nello stesso stato.


Melissa Smith e Laura Aime

Non esisteva il Vicap, quindi non era facile correlare casi simili in stati diversi. Ma gli investigatori dello Utah entrarono in contatto con quelli dello stato di Washington e confrontarono le modalità dei delitti, davvero simili. Grazie alle varie testimonianze cominciò a delinearsi una figura di uomo bello, elegante e cortese, che avvicinava le ragazze con un braccio ingessato, diceva loro di chiamarsi Ted e chiedeva il loro aiuto. Il solito maggiolone fu segnalato ancora. Fu anche stilato un identikit, riconosciuto da Elizabeth Kendall, che aveva cominciato oltretutto a insospettirsi per le abitudini del suo ragazzo. Aveva orari strani, abitudini particolari. Voleva fare sesso solo dopo averla legata. Dormiva di giorno e andava in giro di notte. Spariva per giorni. Mentiva visibilmente. Elizabeth sospettava che avesse altre donne, ma quando lo accusava lui trovava sempre un modo gentile e convincente di giustificarsi. La ragazza chiamò la polizia per dire che riconosceva l’identikit e fornì anche delle foto di Ted, ma i testimoni non le riconobbero. La sua denuncia fu archiviata.

Ted Bundy doveva essere veramente sicuro di sé, visto che non prendeva nessuna precauzione per non farsi riconoscere. Nel 1974 uno dei suoi attacchi non si concluse nel modo sperato: Carol DaRonch, una diciottenne che Bundy aveva “agganciato” con uno dei suoi trucchi, stavolta fingendosi un poliziotto di nome Roseland che doveva portarla alla centrale per un controllo, si ribellò. Nonostante la minaccia di una pistola, la ragazza lottò e riuscì a scendere dalla macchina. Qualcuno la portò al più vicino posto di polizia dove lei, con ancora le manette che Bundy le aveva messo, pendenti da un polso, descrisse il suo aggressore e la sua macchina. Non solo: nella colluttazione Ted era rimasto lievemente ferito, e una goccia del suo sangue, rimasto sugli abiti di Carol, potè essere analizzata. Finalmente qualche elemento in più per identificare il misterioso aggressore delle ragazze. Ma il rischio corso non bastava per dare una calmata al killer, sempre più assetato di sesso violento e sangue. La sera stessa Debby Kent, un’altra studentessa che stava assistendo a una rappresentazione teatrale al campus, non fece più ritorno dopo essere uscita per andare a prendere il fratello: la sua macchina fu trovata nel parcheggio da dove non si era mai mossa. Lì vicino, una piccola chiave per manette, che collimava perfettamente con quelle trovate addosso alla DaRonch.

12 gennaio 1975, una stazione sciistica del Colorado. Caryn Campbell, nella hall dell’albergo dove aveva preso alloggio, disse ai suoi familiari che saliva un attimo in camera a prendere un giornale: nessuno la vide più viva. Il suo corpo nudo e straziato sia dalla violenza dell’aggressore sia dagli animali selvatici, fu ritrovato solo un mese più tardi nel bosco che circondava la stazione sciistica. Come tutte le altre vittime di Bundy, era stata colpita violentemente alla testa da un oggetto affilato e violentata.

Non lontano da lì venne rinvenuto un altro cadavere, che fu identificato come quello di Brenda Ball, una donna scomparsa l’estate precedente e poi ancora un altro, quello di Susan Rancourt, e altri due, uno dei quali di Lynda Ann Healy. Cinque altri corpi furono rinvenuti in Colorado: tutte donne, tutte uccise con la stessa modalità.

16 agosto 1975, Bundy viene fermato per un controllo a bordo del suo maggiolone giallo. Alcuni agenti ispezionano il veicolo e vi rinvengono un piede di porco, un passamontagna, delle corde, manette, filo elettrico e un punteruolo per il ghiaccio. Ted venne arrestato come sospetto ladro, ma dopo l’identificazione fu chiaro che aveva avuto qualcosa a che fare con il sequestro di Carol DaRonch, che lo riconobbe durante un confronto con altri uomini. Finalmente fu avviata un’investigazione accurata nei confronti di Bundy, e venne sentita anche Eizabeth Kendall. Le date delle assenze di Ted coincidevano con molte di quelle in cui erano scomparse tante ragazze.

Il 23 febbraio 1976 Ted fu processato per il sequestro di Carol DaRonch, che lo riconobbe ufficialmente in aula. Lui rimase impassibile, la fissò freddamente e disse di essere innocente. Due giorni dopo fu dichiarato colpevole e condannato a 15 anni di carcere con la possibilità della libertà condizionata. Una valutazione psicologica attuata mentre era in prigione sostenne che Bundy aveva una forte dipendenza dalle donne, e temeva di essere umiliato nei suoi rapporti con loro, ma non era psicotico, né nevrotico né soffriva di patologie cerebrali o dipendenza da alcool e sostanze stupefacenti, né aveva disordini caratteriali o forme di amnesia, né deviazioni sessuali. Nell’aprile del 1976 Ted fu trasferito alla Garfield County Jail nel Colorado, in quanto da alcune prove risultò possibile connetterlo con l’omicidio di Caryn Campbell, per il quale fu fissato il processo il 14 novembre 1977. Bundy decise di difendersi da solo, e per preparare la sua difesa gli fu accordato di utilizzare la biblioteca del tribunale di Aspen. A giugno, approfittando del fatto di non essere ammanettato e della lassità dei controlli, riuscì a fuggire gettandosi da una finestra della biblioteca, e per diverso tempo visse dei suoi furti nell’ambito della città di Aspen, consapevole dei controlli sulle strade in uscita. Alla fine, dopo aver rubato anche una macchina, fu ricatturato. Il 30 dicembre riuscì di nuovo a fuggire, e questa volta si diresse senza troppi problemi in Florida, a Tallahassee, dove affittò una stanza sotto falso nome. Ted trascorreva tutto il tempo a rubare, gironzolare attorno al campus, dove qualche volta si infiltrava indisturbato ad assistere alle lezioni, e a guardare la tv (rubata) nella sua stanza.

14 gennaio, sabato sera. Nita Neary, appartenente alla sorellanza della Chi Omega, fece ritorno alla Casa alle 3 di notte. Le studentesse non avevano coprifuoco, potevano entrare e uscire a piacimento e stare fuori tutto il tempo che volevano. Nita trovò la porta aperta e sentì dei passi che venivano giù dalle scale. Fece appena in tempo a nascondersi, che un uomo uscì dalla casa in tutta fretta. La ragazza pensò subito a un ladro, e andò a controllare, insieme alla responsabile della Casa, le stanze delle altre ragazze. Due di loro, Karen e Kathy, erano state ferite e perdevano molto sangue, ma altre due ragazze, Lisa Levy e Margaret Bowman, non erano sopravvissute all’attacco. Lisa non era stata solo percossa sulla testa, ma anche violentata e morsa così profondamente che uno dei suoi capezzoli era stato quasi staccato. Nessuna delle altre ragazze ricordava di aver visto o sentito niente, ma Nita riuscì a descrivere l’uomo incontrato sulle scale.


Lisa Levy e Margaret Bowman

Non lontano dalla Chi Omega House, alle quattro di quella stessa notte una ragazza sentì degli strani colpi provenire dall’appartamento della sua vicina e una voce di donna che si lamentava. La polizia, prontamente chiamata, arrivò in tempo per trovare la ragazza picchiata come le altre ma ancora viva. Stavolta la scientifica lavorò coscienziosamente sulle due scene del crimine ma molte delle prove raccolte si rivelarono di scarsa utilità, sempre per lo stesso motivo: il Vicap ancora non era stato ideato, e la polizia della Florida non sapeva niente di Ted Bundy.

9 febbraio 1978: i genitori della dodicenne Kimberly Leach di Lake City ne denunciarono la scomparsa. Il suo corpo fu trovato nello stato che sappiamo otto giorni dopo in un parco. Il giorno in cui la bambina era stata prelevata da uno sconosciuto all’uscita da scuola, come testimoniarono alcune persone, uno strano individuo aveva avvicinato la quattordicenne figlia di un poliziotto. La ragazzina era stata informata dal padre sul pericolo costituito dagli sconosciuti, e non gli aveva dato confidenza. Poco dopo, fortunatamente, il fratello della ragazza era passato a prenderla, e con una grande prontezza d’animo era riuscito a prendere il numero di targa della macchina guidata dall’uomo, che si rivelò, ovviamente, rubata. Ma i due ragazzi poterono identificare Ted Bundy dalle foto segnaletiche.

Ted si liberò della macchina e ne rubò un’altra, un maggiolone, forse rimpiangendo i vecchi tempi. Intanto si era spostato a Pensacola, sempre in Florida, ma fu fermato e arrestato di nuovo, questa volta opponendo resistenza.

La polizia fu in grado di accusarlo, grazie ad alcune prove, degli omicidi alla Chi Omega House e di quello di Kimberly Leach. Il primo processo si tenne il 25 giugno 1979 a Orlando, Florida. Un odontoiatra forense dimostrò che le impronte dei morsi sul corpo di Lisa Levy corrispondevano perfettamente alla dentatura di Bundy, e Nita Neary lo riconobbe come l’uomo incontrato quella notte al suo rientro alla Casa.

Il 23 giugno Bundy fu dichiarato colpevole, nonostante proclamasse la sua innocenza, e condannato alla pena di morte. Il 7 gennaio 1980 si tenne il processo per l’omicidio di Kimberly Leach, sempre a Orlando. Stavolta Ted aveva assoldato due avvocati, ma le testimonianze prodotte dall’accusa erano davvero schiaccianti. Il 7 febbraio Bundy fu dichiarato colpevole anche di questo omicidio, e di nuovo condannato a morte, nonostante le sue richieste d’appello che furono respinte. Nella speranza di prorogare l’esecuzione Bubdy confessò molti altri omicidi. Pensava che per rintracciare le ragazze scomparse gli avrebbero concesso più tempo. Una delle sue dichiarazioni: “La ragazza rappresentava non una persona, ma un’immagine, o qualcosa di desiderabile, l’ultima cosa che ci si aspetta dall’ aggressore è che personalizzi questa persona. Chiacchierare e divertirsi, ma come se si vedesse un film. Le donne non dovevano necessariamente essere uno stereotipo, ma ragionevoli copie di donne come una classe. Una classe non di persone, ma una classe creata attraverso la mitologia delle donne e come vengano usate come oggetti”.

Pare che in totale possano essere attribuiti a Bundy più di cento omicidi, anche se ne sono stati provati solo 36. Qualcuno ha detto che pur di trovare un colpevole per molti casi irrisolti, gli sono stati attribuiti anche omicidi che non aveva commesso, ma questa è un’altra storia.

24 gennaio 1989, sette del mattino. Le luci del penitenziario Raiford si abbassano per qualche istante. Ted Bundy è stato giustiziato, e una folla all’esterno applaude la fine di un incubo.

FONTE: www.crimelibrary.com

traduzione e adattamento di Chiara Guarascio

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