Dic
30
Di Elisa Tricarico
“Dubitare di tutto o credere in tutto, sono le due soluzioni ugualmente comode, che, entrambe, ci esimono dal riflettere”
(H. Poincaré, da “La scienza e l’ipotesi”, 1902)
Il Belgio è una nazione divisa in tre regioni. A settentrione le Fiandre di lingua fiamminga, a sud la Vallonia di lingua francese. Nel mezzo è situata la regione della città di Bruxelles. Marcinelle è il secondo paese più grande della regione di Charleroi. E’ essenzialmente caratterizzata da industrie siderurgiche ed elettriche, mentre la parte sud-est è più residenziale, con molte aree verdi e piuttosto isolate.
Riuscire a descrivere in poche righe la terribile vicenda del mostro di Marcinelle (o meglio, dei mostri) è un compito difficile. Le sfaccettature e i colpi di scena di questo caso sono davvero molteplici e sono stati raccontati per filo e per segno in un’inchiesta durata ben 8 anni da due giornalisti: Michel Bouffioux e Marie-Jeanne Van Heeswyck. Nel loro libro intitolato “Dutroux e complici, il lato nascosto dell’inchiesta”, i due giornalisti fanno emergere tutti gli errori giudiziari effettuati dalle Forze dell’ordine e dalla magistratura. Leggendo questo libro si rimane letteralmente sconcertati. Il caso di Marc Dutroux più che un sistema di mostri pervertiti sembra un caso di stato.
La storia del mostro di Marcinelle è nota in tutto il mondo per l’orrore che l’ha contraddistinta, ma solo in Belgio e in Francia (per vicinanza geografica, linguistica e culturale) il caso è risultato essere molto mediatico ed è considerata “la vicenda del secolo”.
Marc Dutroux nasce il 6 novembre 1956 a Bruxelles e di professione fa l’elettricista . Dal 24 giugno del 1995 al 9 agosto del 1996 ha sequestrato, drogato, seviziato, ucciso, ritratto bambine e ragazzine per fare film pedo-pornografici. Questi atti venivano perpetrati con dei complici (tra cui la moglie di Dutroux), nel territorio belga ma anche, pare, nell’est Europa. Infatti, è proprio in queste zone che riusciva a reclutare facilmente ragazzine con caratteristiche fisiche che a lui piacevano: corporatura esile, carnagione chiara e capelli biondi. Dopo anni di inchiesta viene finalmente arrestato il 13 agosto del 1996 ed è da lì che ha inizio la macabra scoperta dei suoi terribili delitti. I corpi delle sue vittime sono stati seppelliti nel giardino di casa ed è proprio Dutroux ad indicare alla polizia i nascondigli nei quali trovare i resti delle giovani. Le sue vittime si chiamavano Julie, Melissa, An, Eefje, mentre Sabine e Laetitia sono ancora vive e, devono fare i conti, tutti i giorni, con i loro ricordi…un’infanzia rubata, distrutta, bruciata.
Delle piccole Julie e Melissa si perde ogni traccia nel 1995. All’epoca hanno otto anni. Julie e Melissa stanno giocando insieme nel cortile di casa di quest’ultima, in un paesino alle porte di Liegi. E’ il 24 giugno del 1995. La giornata è calda, siamo in estate. Le bambine avvertono la mamma di Melissa di volere andare a giocare a pochi passi, nei pressi di un cavalcavia. Da lì possono salutare le macchine e ricevere allegri colpi di clacson in risposta. Melissa l’ha già fatto altre volte con il fratello e la madre, quindi ricevono il permesso senza troppa difficoltà. La madre, però, si fa promettere dalle bambine che non rimarranno fuori casa per più di mezzora, poi continua con le sue faccende di casa. Le bambine vanno a giocare con il sorriso sulle labbra, ma in quella casa non ci rimetteranno mai più piede. Sarà lo stesso Marc Dutroux, in carcere, ad indicare alla polizia il luogo in cui si trovano i resti delle due bambine. Scavando tre metri di terra nel giardino di una delle villette del mostro vengono ritrovati i corpi di Julie e Melissa. Sono chiusi dentro un sacco di plastica e accanto a loro ci sono anche i resti di Bernard Weinstein, un complice di Marc Dutroux, che gli aveva portato le piccole. La sua condanna a morte è stata decretata quando il suo “capo” percepì che avrebbe potuto raccontare tutto alla polizia. Fu seppellito vivo. Le bimbe prima vengono nascoste nella casa, nel frattempo viene costruita per loro una cella dove vengono trasferite per evitare che a qualcuno, fuori, venga qualche sospetto. Marc Dutroux intanto viene accusato del furto di alcuni camion e finisce in carcere. Il killer racconta di avere dato 50mila franchi a Michel Lelievre (un altro complice) per occuparsi delle piccole mentre lui si trovava dietro le sbarre. Una volta fuori, dopo 9 mesi, trova le piccole denutrite e qualche giorno dopo il suo rientro le trova entrambe morte. In molti hanno abusato di loro e queste sevizie sono state sistematicamente filmate.
Durante una perquisizione dell’abitazione di Dutroux, un poliziotto dichiara di aver sentito delle voci di bambini ma di aver ricevuto disposizioni di uscire dalla casa perché sicuramente erano voci provenienti da fuori. No comment.
L’inchiesta, ancora oggi, non ha saputo determinare con esattezza le modalità del rapimento e del sequestro. Rimangono ancora molti lati oscuri.
An e Eefje, invece, scompaiono il 23 agosto del 1995, all’età di 17 e 19 anni. Si trovavano per la prima volta in vacanza da sole, in una località di mare chiamata Westende. Dopo una serata trascorsa nel casino di Blankenberge, le due ragazze prendono l’autobus per ritornare a Westende ma anche loro non vedranno mai più le loro famiglie e la loro casa. Dopo 24 ore dalla scomparsa delle due ragazze, la polizia avvia la ricerca, considerata “a carattere non urgente”. Alcuni testimoni avevano intravisto una Citroen CX bianca. La polizia all’epoca era già a conoscenza che era stata vista la stessa auto anche in concomitanza con la sparizione di Julie e Melissa. Se pensiamo a questo fatto, ci appare del tutto incomprensibile di come sia stato possibile definire il caso “a carattere di non urgenza”. Stiamo parlando di due bambine e due ragazze, scomparse!. E con modalità simili.
L’inchiesta presenta, un’altra volta, numerosi buchi oscuri, contraddizioni ed incertezze non ancora delucidate.
Il 28 maggio del 1996 scompare Sabine, di 12 anni. Sta uscendo di casa in bicicletta per andare a scuola. Un ragazzo, tempo dopo, racconterà di avere visto un furgone bianco avvicinare la ragazzina. Si ricorda la targa e grazie alla sua testimonianza la polizia comincia ad indagare sul proprietario del mezzo: Marc Dutroux. Si scopre che quell’uomo nel 1985 ha violentato cinque ragazzine e una cinquantenne alla quale ha tagliato la vagina.
Sabine sopravvive.
E’ il 9 agosto del 1996. Marc Dutroux rapisce un’altra ragazzina. Si chiama Laetitia e ha 14 anni. Laetitia subisce le stesse torture delle altre vittime, ma, fortunatamente, sopravvive assieme a Sabine.
E’ solo all’alba del 13 agosto del 1996 che Marc Dutroux viene arrestato. Insieme a lui finiscono dietro le sbarre anche la moglie Michelle e un complice della coppia, Michel Lelievre.
Il caso del mostro di Marcinelle lascia spazio a due interpretazioni: la prima, quella più “comoda”, è la presenza di un’organizzazione criminale dedita alla pedofilia, a capo della quale c’è Marc Dutroux, in cui le bambine venivano sfruttate per produrre filmati da immettere su tutto il mercato europeo. La seconda, invece, è la più “scomoda”. Sullo sfondo, una vicenda torbida che coinvolge le istituzioni e la Casa Reale. L’intera inchiesta giudiziaria è costellata da falle, zone d’ombra, espliciti depistaggi da parte di magistratura e polizia. Ed è proprio stato questo l’interrogativo più atteso nell’aula della Corte d’Assise di Arlon: Dutroux predatore solitario o pedina di una rete organizzata?. La difesa non negherà la colpevolezza dell’imputato, ma tenterà di dimostrare che la versione del maniaco isolato, che agisce per il suo bieco piacere, spalleggiato al massimo da qualche complice balordo, non sta in piedi.
Jean-Marc Connerotte, il magistrato che nel 1995 prese in mano il caso, ha denunciato più volte il muro di gomma eretto dalla polizia, che pare abbia ignorato volutamente le segnalazioni sulle ragazzine rapite. In particolar modo quelle di un infiltrato che segnalò l’appartamento di Sars-la-Buissière intestato a Dutroux. E’ proprio lì che erano rinchiuse Julie e Melissa, i cui corpi furono trovati carbonizzati in una buca del giardino accanto a quello di Bernard Weinstein. Connerotte, dopo un’accesa battaglia con gli alti ufficiali della gendarmerie, venne destituito, non senza subire l’accusa di «paranoia investigativa».
Nel frattempo viene aperto il “Dossier Pédophilie. «E’ un affare di Stato», esclamò Marc Werwilghen, l’allora presidente della Commissione d’inchiesta, che non è mai riuscito a provare i legami tra il mostro di Marcinelle e le alte sfere delle istituzioni. Il giornalista lussemburghese Jean Nicholas, nel libro “Dossier Pédophilie”, chiamò in causa addirittura la Casa Reale e la classe politica, infangate da un dossier che riguardava un anonimo medico di Bruxelles, il dottor André Pinon. I sospetti nascono da una registrazione fatta ai danni della moglie di Pinon nel 1979. Si trattava di una banale vicenda di gelosia coniugale come ce ne sono tante. Una storia ordinaria in cui Pinon scoprì, però, che l’infedeltà della consorte si consumava in festini, dove gli ospiti d’onore erano i membri dell’alta società belga, principi, magistrati, ufficiali della Nato, esponenti di governo. In particolare venne citato l’ex premier Paul Van den Voyenants. Il fulcro dei festini era ovviamente costituito dai «minorenni» rapiti, bambini costretti a subire abusi e vessazioni di ogni tipo. Pinon divorziò dalla moglie e affidò la registrazione segreta al giornalista Jean-Claude Garrot. Il “Dossier P” ruota proprio attorno alle inchieste svolte privatamente da Garrot, che per far luce sul clan, oltre a subire pesanti intimidazioni, impiegò metodi spregiudicati, coinvolgendo personaggi assai loschi. Uno di questi era l’ingegnere atomico Paul Latinus, fiancheggiatore dell’organizzazione di estrema destra Wnp e un collaboratore del generale della Nato Alexander Haig. Latinus fu trovato impiccato nel suo appartamento il 24 aprile del 1984. L’ingegnere possedeva in casa una copia del “Dossier P”, misteriosamente scomparsa dopo la sua morte.
La Corte d’Assise di Arlon condanna Marc Dutroux all’ergastolo, la moglie a 30 anni, Michel Lelievre a 25 anni e Michel Nihoul a cinque anni per reati minori, come traffico di droga e frode.
Dopo 8 anni dalla vicenda, una delle ragazze sopravvissute, Sabine, racconta la sua storia in un libro quanto mai crudo, ma, paradossalmente, essenziale all’estremo. Anche dal libro di Sabine si percepisce qualcosa di pilotato, di politico. La ragazza, a tratti, scende nel dettaglio delle sevizie subite, ma sempre con una sorta di “sofferenza dignitosa”. Sabine racconta che Dutroux le aveva fatto credere che erano stati i genitori a “venderla” ad un’organizzazione di criminali che volevano ucciderla e, lui, era il suo protettore, colui che doveva tenerla nascosta per evitarle la morte. Ciò che emerge soprattutto dalle righe è il senso di soffocamento, l’esperienza delle segregazione in una cella minuscola e buia si impossessa anche del lettore. Dimostra una forza interiore davvero straordinaria. Forza che lei aveva naturalmente, e che la sua terribile vicenda accentua, non diminuisce. La cosa che lascia più allibiti chi legge le confessioni di Sabine è il rapporto con la famiglia. Senza nessuna presunzione di conoscere le sofferenze altrui e di giungere a conclusioni da psicologia spiccia, i genitori della ragazza mostrano freddezza, soprattutto la madre, con cui Sabine dichiara di aver sempre avuto problemi relazionali-affettivi. Più che un libro sulla terribile vicenda vissuta da Sabine sembra una confessione di un vuoto affettivo all’interno delle mura domestiche. La parte relativa al processo di Marc Dutroux e dei suoi complici viene minimizzato in poche pagine. Sabine esclude qualsiasi legame con un’organizzazione superiore, in cui svolgono un ruolo fondamentale le alte istituzioni dello stato. Anche in questo libro emergono lati oscuri.
In questo caso, l’unico filo conduttore è la somma 2+2= 0. Troppi errori, troppe sviste, troppe contraddizioni. Anche di fronte all’evidenza dei fatti, e considerata la gravità dei reati e delle giovani vite in gioco, le Forze dell’ordine e la magistratura non hanno voluto vedere…o non hanno potuto vedere…
L’unica cosa certa è che Julie, Melissa, An, Eefje non ci sono più e hanno subito le peggiori torture, e Sabine, Laetitia devono quasi ringraziare Marc Dutroux per essere ancora in vita. Tutto ciò è sconvolgente e paradossale.
Forse la giustizia ha un debito nei confronti delle vittime e delle loro famiglie…ma se è così, non potranno mai pagare lo scotto morale di questi drammi.
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